
La poetica.

L. Biondi: l'estetica e il problema dell'arte nel pensiero di
Aristotele

Ida Biondi, attenta e sensibile studiosa della lingua e della
letteratura greca, mostra in questa pagina - dopo aver esposto in
maniera sintetica i due punti centrali della Poetica di Aristotele
(catarsi e tre unit) - l'influenza che la riflessione
aristotelica sull'arte ha avuto nella cultura occidentale. Anche
per questo settore della filosofia di Aristotele  inevitabile il
confronto con Platone

Le teorie estetiche di Aristotele ci sono giunte esclusivamente
attraverso l'unico libro della Poetica che ci  stato conservato,
e che ha come argomento l'epica e la tragedia. Nell'antichit
quest'opera non esercit un'influenza particolarmente profonda.
Infatti, ad eccezione dell' Ars poetica di Orazio, che trae da
essa fondamentali motivi di ispirazione, la Poetica fu meno letta
di altri scritti di carattere tecnico e scolastico, di pi diretta
utilizzazione. Il momento d'oro per questa opera di Aristotele
inizi in peno Rinascimento; dopo che Giorgio Valla [umanista,
forse parente di Lorenzo] la tradusse in latino, nel 1498, e, un
decennio dopo, Aldo Manuzio ne cur l'edizione a stampa (1508), la
fortuna della Poetica and sempre crescendo, fino a diventare un
vero e proprio testo canonico.
Attualmente, il testo aristotelico  importante per comprendere in
che modo Aristotele concep l'arte e quali funzioni le attribu,
in netto contrasto con le affermazioni platoniche in questo stesso
campo. Infatti, mentre Platone non nascose profonde riserve sugli
effetti provocati dall'arte sull'animo umano, accusandola di
stimolare la componente irrazionale della nostra anima, che deve
invece essere saldamente controllata, Aristotele attribu a questa
stessa peculiarit dell'arte il ben noto effetto della catarsi,
cio della purificazione dell'anima dalle passioni. Questa
funzione, secondo il filosofo,  dovuta alla natura stessa
dell'arte, che  mimesi, imitazione, dell'universale, sulla base
di princpi di necessit e di verosimiglianza. Tuttavia, l'effetto
catartico dell'arte  stato considerato in modi diversi, a seconda
del periodo: nel Cinquecento esso fu inteso come una liberazione
dai sentimenti istintivi e irrazionali, che aveva, come diretta
conseguenza, una elevazione morale dello spettatore o
dell'ascoltatore; nell'Ottocento  stata avanzata l'ipotesi di
interpretare la catarsi fisiologicamente, quasi che la sua
efficacia fosse douta al fatto che lo spettacolo e l'ascolto
agissero esercitando una specie di omeopatia spirituale. Questa
interpretazione si fonda sul fatto che il termine greco ktharsis,
che appartiene propriamente al linguaggio della medicina, indica
il processo di depurazione dell'organismo attraverso l'escrezione
delle sostanze nocive. Dopo la scoperta della psicoanalisi, la
partecipazione emotiva suscitata dalla poesia e dal teatro fu
considerata come il mezzo pi diretto di liberazione dalle
repressioni inconsce dell'io.
L'interpretazione del testo della Poetica, non sempre facile, a
causa della sua concisione spesso ambigua, diede luogo anche al
dibattuto problema delle cos dette tre unit, di azione, di
tempo e di spazio. Dal suo punto di vista, che gli suggeriva di
considerare il dramma come un tutto organico, completo nelle sue
parti, Aristotele diede per scontata l'unit d'azione, deducendola
dalla lettura e dall'analisi dei testi; constat inoltre che, in
numerosi drammi, il tempo della vicenda aveva la durata di un
giorno, o poco pi. Tuttavia, le sue considerazioni e le sue
affermazioni non andarono oltre; ma furono pi che sufficienti
agli studiosi del Rinascimento per trovare anche una terza unit,
quella di luogo, e per formulare un rigido canone, da cui non si
doveva assolutamente derogare e che fu teorizzato nella sua forma
definitiva da Ludovico Castelvetro, nella seconda met del
Cinquecento. Esso fin per condizionare pesantemente tutte le
opere teatrali, fino al Romanticismo e, in Italia, fino a Manzoni.
Oltre a ci, i giudizi espressi da Aristotele contribuirono non
poco a creare, nel tempo, delle tendenze e degli orientamenti di
gusto, che spesso favorirono, in maniera del tutto immotivata, la
fortuna di un autore a scapito di quella di un altro: ad esempio,
quella di Euripide, che il filosofo considera il pi grande di
tragediografi, a scapito di quella di Eschilo, il cui profondo
senso tragico sfugg, almeno in parte, all'apprezzamento di
Aristotele

 (I. Biondi, Letteratura greca, G. D'Anna, Messina-Firenze, 1996,
volume secondo, pagine 343-345).

